PIEVE

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POLAROID

martedì 9 maggio 2017

ACCANIMENTO TERAPEUTICO ALLA SPEZIA

Mi giungono notizie allarmanti sulla scalinata Cernaia, da anni oggetto di un accanimento terapeutico fuor di misura da parte di chi ha già °valorizzato"piazza Verdi. Mi pare giunto il momento di postare di nuovo i tre racconti del mio "Altre Vendicazioni" dedicate alla Spezia. Il Varco, dedicato alla misera piazza, era già stato pubblicato, mentre Cernaia e Presuro li posto oggi sul blog.
Il primo  è dedicato alla raccolta differenziata di rifiuti, che nella nostra città raggiunge vertici di raffinatezza burocratica e gestionale impressionanti, mentre in Cernaia ipotizzo la comparsa di un fantasma spezzino di quella battaglia, tornato a difendere gli alberi daun impudente tecnico del Comune.

IL VARCO

Eccolo, il Varco. Ce n'erano due, uno a mare, uno in Piazza Federici. Quello pedonale era il suo, non era distante, forse mezzora, forse di più. Il passaggio l'aveva programmato con largo anticipo, dunque aveva tutto il tempo. La folla scalpicciava, pareva immobile, ma alzandosi sulla punta dei piedi poteva vedere l'arco  e le persone che sfilavano sotto: qualcuno doveva mostrare i documenti, altri entravano passando lentamente perchè il lettore potesse leggere l'rfid.
I documenti! Dov'erano? Si tastò precipitosamente la tasca interna del soprabito, con il gomito urtò la signora a fianco, uno sguardo d'odio troncò sul nascere il suo tentativo di scusarsi. E il pass l'aveva. Controllò il braccialetto. Era quello che inviava il segnale al lettore.
Tutto a posto. Si rilassò. Un altro metro, avanti, avanti. Certo, era stanco. Aveva abbastanza anni da ricordare come la città era prima. E prima ancora, quando al Costa ci andava lui, e la piazza non solo era libera, e ci si passava in macchina, ma addirittura ci si passeggiava, e sulla scala del Liceo i ragazzi strabordavano sino ad occupare la strada, e dal centro, sotto i pini, guardando da una parte si vedeva in asse, laggiù, stampata sulla collina che spiccava nera sul cielo azzurro, la porta dell'Arsenale, e dall'altra parte, incorniciato tra i palazzi si intuiva lo slargo di piazza Europa.
Sì, era bella, allora, quella città che aveva amato, che si stendeva su due piane che lungo il mare si guardavano attraverso una striscia sottile incalzata dalla collina, una striscia solcata da una grande e lunga, dritta e diretta, sequenza di vie e di piazze che parevano far comunicare le  sue due anime.
La giornata era grigia. Una pioggia sottile pareva evaporare dalla folla assiepata anziché cadere dall'alto. Ormai poteva vedere il Varco. Le palizzate che chiudevano la piazza e lasciavano solo lo spazio per l'arco da una parte, quella più corta che chiudeva via XX settembre dall'altra e la gente alle spalle che spingeva: gli pareva di essere una mucca spinta in un ineluttabile recinto. Un topo, anzi. 
In trappola. E gli agenti della Securitas, l'agenzia privata cui era stata esternalizzata ogni forma di vigilanza e controllo, ai lati del Varco, i cani al guinzaglio, spiccavano neri e corruschi sul grigio di quella lenta processione. Pensava a quando la città gli si spalancava davanti, libera, accessibile, disponibile. Si faceva colazione in via Chiodo, si passava al Circolo Velico, si andava a Lerici passando lungo viale S.Bartolomeo. In macchina! Dove c'era un posto, lì la si lasciava, e da Piazza del Mercato si poteva andare senza ostacoli, a piedi, in piazza Verdi. E al cinema si sceglieva: andare all'Astra o al Cozzani? Due luoghi distanti poche centinaia di metri in linea d'aria, ora separati da una barriera superabile solo a fatica, solo se autorizzati. Ma che diceva? Di che parlava? Erano decenni che l'Astra era stato trasformato in un supermercato, la sua sala con il soffitto su cui campeggiava una grande figura di gesso nascosta per sempre da lividi controsoffitti. E il Cozzani: una sala Bingo. E lì all'angolo, oltre quell'arco presidiato da vigilanti con i cani al guinzaglio, in fondo, a sinistra, non c'era la liberia Ricci? Una volta, tanti anni fa, e poi un orribile bar. Ma tutti i locali lungo la piazza erano chiusi da tempo, qualsiasi cosa ci fosse stata dentro. La città era morta. Un tenue filo di traffico scorreva lungo il viale a mare, sotto l'altro arco, ma serviva soprattutto ai crocieristi che scendevano a migliaia, occupavano la passeggiata Morin, a loro esclusiva disposizione, e con gli autobus potevano liberamente riversarsi verso le Cinque Terre, ignorando la città stremata e bloccata che li accoglieva. Era l'ultima cosa rimasta: qualche euro ogni tanto finiva nelle tasche dei commercianti locali, gli addetti al porto, al terminal, ai servizi potevano ancora mantenere le famiglie. Lui per fortuna era in pensione, ce l'aveva fatta. A 75 anni ma adesso era libero. E poteva aspettare anche delle ore. Ma era quasi arrivato.
E poi quella non era più piazza Verdi. Da quando il Sindaco era rimasto travolto da un pino su cui si facevano le prove di trazione, quella era piazza Federici, in onore di chi aveva così fortemente voluto l'abbellimento e quasi la trasfigurazione della piazza. Il cantiere era ancora lì- quanti anni erano passati? 20, no ben 22, si disse mentre ormai il Varco incombeva. Ricorsi, controricorsi, denunce, diffide: contro tutto e contro tutti, in nome di una visione della città che lo aveva accecato, per imporre a quel popolo di ignoranti, di tradizionalisti, di imbecilli la sublime prospettiva di uno spazio tutto ripensato secondo una prospettiva di assoluta bellezza, aveva imposto quel cantiere infinito che strangolava la città, che rimaneva a perenne memoria di una testarda ma coerente follia.
Sulla palizzata che delimitava lo spazio in cui i lavori si erano fermati da tempo, in cui le macchine arrugginivano sotto la pioggerellina -un pulviscolo, quasi un vapore- perenne e instancabile, campeggiava la scritta di un cittadino molto spiritoso: CHECK POINT CHARLIE.
Sì. La Spezia era stata una città bellissima, prima che si mettessero a migliorarla, a riqualificarla, si diceva, e adesso era come Berlino prima della riunificazione delle due Germanie. Era il suo turno. La guardia lo scrutò sospettoso, il cane emise un ringhio sommesso, alzò il braccio, il bip del sensore suonò, il pass non glielo avevano chiesto, entrò nella zona sorvegliata.
Si voltò a guardare l'arco. Sembrava il portale di un autolavaggio, con quei colori stridenti. Prima di morire il sindaco era riuscito a tacitare Buren, il grande artista cui era stata commissionata la decorazione della piazza, acquistando due archi mobili.
 Bé, servivano davvero, si disse. Facevano colore, non c'è dubbio, pensò. Piazza Europa era chiusa per la costruzione del parcheggio da una infinità di anni, l'accesso al mare vietato, l'ospedale si era sbriciolato nel terremoto del 2020 e quello nuovo costituiva solo l'oggetto di presentazioni e cerimonie e proiezioni di rendering, per andare a Portovenere si faceva prima con il battello da Genova, ma la città aveva i suoi archi di Buren. E pensava che per la prossima festa della Marineria la città sarebbe stata evacuata dei suoi cittadini, e gli archi trionfalmente spostati sulla passeggiata a mare, all'inizio e alla fine, per farli ammirare a tutti i visitatori. No, non era amarezza quella che provava, ma orgoglio. Nessuna altra città al mondo avrebbe resistito a tutto ciò, consentito a quello sfascio, accettato quel disastro. Solo gli spezzini sapevano  coltivare la rassegnazione con tanta docile passione.

PRESURO

Rigirava la parola tra le gengive, biascicando soddisfatto: presuro, presuro, ecco cos'è, un futuro presente, un presente futuro, non ora, non dopo.
Dopora, oropo, borbottava gorgogliando. Il gatto lo guardava, non rispose, ma sembrava aver capito. Si voltò flessuoso, si lisciò con la lingua il pelo della zampa sinistra, poi la stese e la guardò soddisfatto. Estroflesse le unghie, le ammirò, si ricompose.
Il vecchio intanto ciabattando si diresse alla tastiera e chiese allo schermo:
“A che ora?”
“Come posso aiutarla?” rispose lo schermo.
“A che ora arrivano oggi?” ripetè il vecchio.
“Ripeta, la prego. Non ho capito”.
“Porchiddio, a che ora arrivano per la spazzatura?”
“Porchiddio...porchiddio...”, la voce morì in un sussurro pieno di allusioni, lo schermo baluginò, diventò nero, comparve la scritta “Porchiddio not found”, poi la schermata ricomparve, come niente fosse stato.
Il vecchio fissò con odio lo schermo che campeggiava sulla parete, sottile come una pellicola, liscio e vellutato al tocco.
Diede un calcio alla cassetta di frutta su cui stava il gatto, fece traballare pericolosamente la fila di secchi impilati sin quasi al soffitto con cui raccoglieva l'acqua quando passava l'acquaiolo, mise direttamente le mani sui tasti e senza dire parola batté “orari ritiro spazzatura il giovedì”.
Uno schema lucente e colorato comparve come per incanto, si materializzarono orari modalità procedure percorsi.
Ecco, ecco. Sì, perfetto, oggi è il giorno dell'organico vegetale giallo-arancio, e del cartaceo cartonato non colorato.
Il gatto assentì pigramente, ancora offeso per il calcio. Si avvicinò al catino di rame in cui era acceso un piccolo fuoco. Era dicembre, faceva freddo, si sedette sulle zampe posteriori, accomodò la coda intorno al corpo, mentre Paolo sbirciava dalle persiane chiuse  giu’ sulla strada.  Guardo’ l’orologio: tra sette minuti sarebbero passati per il vicolo sottocasa. Per ventidue minuti. Poi, un intervallo di sei minuti.
Sì, ce l’avrebbe fatta!
Si preparo’: prese i due contenitori specifici, controllò di non fare confusione. Erano sedici quelli disposti nella stanza, occupavano quasi tutto lo spazio. 
“E' facile sbagliarsi, poi chi li sente i  rumentisti accertatori?” disse al gatto.
Lo schermo brillò contento, la voce disse “Rumeni sentiti non disponibili”.
“Vaffanculo, troia!” urlò il vecchio, poi un attacco di tosse lo piegò in due, sputacchiò freneticamente, il gatto si tolse con mossa elegante dalla traiettoria, si riprese, stette in ascolto. Un’eco lontana di voci collettive rimbalzava su un’altra ancora piu’ lontana fino a perdersi in una striscia di brusio indistinto, ma tenace.
Urla di comando striate sotto un cielo che cominciava a stellarsi. Da via Carso la grande distesa d'acqua dove un tempo era La Spezia pareva un sudario da cui i mozziconi di palazzi spuntavano come denti marci.
Ecco i suoi: il rombo vociante si avvicino’ lentamente. Parole straniere e passi sulla pietra antica. Tanti passi, tante voci, piccoli lampi di foto in lontananza.
Pronto? Si’…. accanto alla porta. Scarpe di gomma, l’occhio all’orologio.
Una virtu’ ce l’avevano, si’: la puntualità. Il rispetto rigoroso dei tempi di percorrenza.
Ecco…ecco gli ultimi…stanno passando…sono passati.
Presto! Presto!
Ma ce l'aveva fatta. Ripensò al presente su cui rotolava un futuro che era come adesso. Presuro. C'era stato il passato: lui c'era stato, stato sì, era un participio passato. Per l'appunto. Una volta c'era una città laggiù, adesso erano tutti sparsi sulle colline, e le lampade ad acetilene cominciavano a punteggiarle, sino a San Venerio. La corrente elettrica una volta serviva per illuminare, adesso era solo per il computer domestico. Guardò la ghiacciaia che gocciolava. Il ghiaccio era finito, la legna era finita, la spazzatura riempiva la casa, ordinatamente divisa.
Teneva da parte gelosamente ogni tipo. Quando passavano non era previsto il mancato conferimento. Se uno non dava almeno qualcosa rischiava una sanzione. Protestato, sì aveva protestato. 16 tipologie diverse, ogni tre giorni due raccolte, se cadevano di domenica slittavano, se cadevano di venerdì saltavano, facevano...facevano...
Si strappò i capelli a ciocche, si dette dei pugni sulla testa, ansimava, non riusciva a fare il conto, c'era l'organico verde che era lì da 47 giorni e quello rosso con gli avanzi di carne da 34 e la puzza era tremenda.
“La puzza...” disse alla luna che si specchiava sulla laguna.
“Puzza, sostantivo femminile, Putza, pianura ungherese” flautò la voce.
Afferrò la pistola che teneva sotto il materasso per difendersi dai gabbiani-tigre. Il gatto assentì. Gli piacevano quegli uccelli da mangiare. Mirò allo schermo. Il gatto stupì. Si infilò la canna in bocca. Era ancora calda. Perchè non fusente?, pensò.
“Fanculo”disse. Allo sparo il gatto fuggì.

CERNAIA



Comparvero gli alberi. Non ricordava. Scaglionati, in fila, dall'alto venivano verso di lui. Gradoni di pietra si perdevano in quella caligine. Che non era, non era possibile in una mattina di agosto. Cercò il sole con gli occhi, invano.
L'ingegner Panzani, dell'Ufficio tecnico comunale percorreva con calma la scalinata, un sorriso obliquo stampato sul volto paffuto. Bonomia, placido ruminare, manegevolezza dei tratti: un uomo così alla mano,  così disponibile! trillavano i suoi sottoposti, così appassionato al suo lavoro, così innamorato della sua città. Osservava con attenzione le pietre smosse dalle radici, l'imperfetto allineamento degli scalini, e il senso di vecchio gli tolse per un attimo il fiato, gli occhietti gli si indurirono, divenuti fissi, su quel volto così molle, mentre torno torno volgeva il capo per vedere, pesare, stimare: quei parapetti, quell'ombra funesta che gli alberi irradiavano, quelle loro fogliette maligne. Tutto gli faceva orrore, e la visione di acciaio alluminio e cemento che si andava articolando nella sua mente in geometriche e ritmate corrispondenze gli pareva aleggiare sopra quel reperto di un vecchia concezione del decoro urbano. Alberi, pietroni! Luce, ci voleva, ordine. E la luce e l'ordine mancavano. 
Mancavano anche al soldato che guardava perplesso. Dov'era il sergente? E gli alberi ora si erano fermati. Poi si mossero di nuovo. E capì all'improvviso che era lui a spostarsi, non gli alberi. Il mondo era fermo e lui si spostava senza averne coscienza, si guardò i piedi, le sue gambe, immobili, eppure. Fluttuava, in silenzio. Quando vide una persona, si diresse verso di lei e ci si trovò di fronte, subito, non appena formulato quel pensiero: avvicinarsi, chiedere. Dov'era? Che fine avevano fatto i suoi compagni? E se era un russo, pazienza, lo facessero pure prigioniero. Quello non gli prestava attenzione, proseguiva il suo cammino, fatto di avanzamenti, arretramenti, soste, giravolte. Si guardava attorno senza badare a lui che gli stava dappresso, incollato. Faceva uno strano balletto sui gradini. Ecco cos'erano: gradini di una scalinata e gli alberi fronduti erano al centro, e si perdevano in alto, in quel buio che andava schiarendosi. E in quel momento, come fosse stata aperta una porta, i ricordi cominciarono a fluire.
-Dio buono, è ancora notte! 
-O Cozzani, mica i russi t'avevano dato appuntamento alle otto- mì gridò il sergente che passava veloce lungo i bivacchi. 
-Forza forza, in riga, arrivano!- gridava sempre allontanandosi. Moccoli, imprecazioni, borbottii si dipanavano lungo le file come una litania. Da due giorni si sapeva, noi eravamo pronti, prontissimi. E non vedevamo l'ora. Purchè si finisse, l'agosto a Ciorgune faceva schifo e quel nome mi faceva aggrovigliare la lingua. 
Ci disposero su tre linee, ben protetti e trincerati. Alle nostre spalle, a poche centinaia di metri, il Poggio dei Piemontesi. A destra, con il fiumiciattolo (un altro nome strano, Chiuliu, che il Capitano pronunciava Culiu, e noi giù a ridere) in mezzo, quello che chiamavamo lo zig zag, trincee palizzate e fortificazioni fatte alla bell'e meglio.
Il rumore cresceva, una luce fioca cominciava a far spuntare le cime degli alberi dalla nebbia. Davanti, davanti. Avevo visto la carta, io ero stato in seminario, sapevo leggere e scrivere, il Capitano mi spiegava, mi indicava dove eravamo noi e dove erano loro: qui i Francesi, Camou, Faucheux e dietro Herbillon, e i baffi a punta gli fremevano al piacere di dire quei nomi francesi col suo accento da francese. Io mi chiedevo ogni volta, tra me e me, naturalmente, cosa ci facevamo noi lì, tutti quei piemontesi che parlavano in modo incromprensibile e noi liguri, considerati delle merde. Io poi, che venivo da Spezia e per di più ero scappato dal seminario, ero guardato come un animale strano. Mi chiamavano il pretino, e La Spezia non sapevano neppure dov'era.
Era la notte scorsa, era il mattino, poco fa, e subito il dopo si dipanò come un filo. Eravamo in trecento, coperti dietro il fiume Cernaia dalla IV Brigata del Generale Montevecchi. E quelli avanzavano a valanga, un'intera divisione. Il mio compagno di destra fu colpito, la prima scarica, imprecisa, aveva già fatto qualche vittima, il Capitano ci gridava -Giù!, Giù, al coperto. Aspettare a sparare!-, un portaordini correva lungo la linea, la luce cominciava a far distinguere le cose, e li vidi, vidi non solo l'arancio di quei fiori che sbocciavano dai loro fucili, avvolti dagli sbuffi di fumo, come ovatta, vidi le loro facce.
Ricordava tutto, e cominciò a disporre in sequenza quello che rivedeva e mentre si soffermava sull'ufficiale russo che alzata una mano rimase in bilico guardandolo prima di cadere, quel tizio a cui cercava di parlare, vestito in modo strano, un pastore forse, non un soldato, si girò improvvisamente, il viso nel suo, gli occhi che scrutavano. Cosa? Allungò un braccio con cautela, come per sincerarsi della presenza di un vetro, lui provò a parlargli in italiano. Nessuna risposta. Pareva non lo vedesse. Provò con qualche parola in francese, che aveva imparato al campo. Niente. Si accorse che i soli rumori venivano dall'uomo che riprese ad avanzare, le sue scarpe, e poi un borbottio di cui capì solo una parola-diavolo!- detta quasi come l'avrebbe detta lui. Dunque era italiano. Aprì la bocca per chiedergli -italiano?-, glielo disse, glielo ripetè, lo gridò, ma non sentiva la sua voce. L'uomo, in compenso, che aveva cominciato a compitare, con estrema chiarezza, con immensa malevolenza “sephora japonica”, parole che per il soldato non significavano nulla, ma che intese bene, l'uomo, di nuovo, improvvisamente, si fermò, come se avesse udito una voce da lontano, come se qualcosa lo avesse sfiorato.
-Una ragnatela da questi cazzi di alberi- pensò, ma restò interdetto, mentre il soldato, persa la pazienza, cominciava a strattonarlo, a girargli intorno. Non succedeva nulla, ma l'uomo strabuzzò gli occhi.
Perchè lo guardava in quel modo? Certo, pensava, mi sono perso mentre arretravamo verso il poggio dei piemontesi. Avevamo resistito alla brava, per oltre un'ora, e poi indietro, fermi di nuovo.
A sinistra, dal ponte sul fiume, veniva il rombo continuo dei cannoni. 
-Ragazzi, i francesi hanno perso il ponte e i russi sono di là ma li stanno prendendo sul fianco. Tranquilli!- diceva il sergente.
-Bazzecole- dissi io al mio vicino, uno di Asti che mi era simpatico -la nostra cavalleria li farà a pezzi-
Ci tenevo a passare per uno istruito, avevo passato dei giorni a spiegare ai camerati del mio plotone come e perchè i russi non sarebbero riusciti a togliere l'assedio a Sebastopoli.
Sì, ricordavo tutto, le ore che passavano e l'attacco che aveva ripreso lo zig zag e il generale Montevecchio morto guidando l'assalto e la sua Brigata inferocita mentre tra le linee passava la voce e i russi erano in rotta e tutto era finito, e l'alba era diventata un mattino bellissimo. Poi...
Poi non ricordava più nulla, se non quel cielo cosparso di nuvole veloci che gli avevano ricordato il suo golfo, le baruffe tra i venti e il placido mattino di un agosto sul mare.
L'uomo adesso con una scatola in mano portata sull'occhio girava su stesso, si fermava, poi guardava dentro la scatola. Qualcosa dentro la scatola attirò la sua attenzione, mentre lui gli batteva l'indice sulle spalle, sul petto, senza destare alcuna reazione. Come se non esistesse, eppure l'uomo adesso era vigile, si guardava intorno circospetto. Osservò la corteccia dell'albero vicino, a cui il soldato si era addossato. 
L'ingegner Panzani era stato munito, alla nascita, di un corredo di qualità che non comprendevano l'immaginazione. Rimase dunque prima stupito, poi incuriosito, da quella figura che pareva disegnarsi sul bruno della corteccia. Cos'era? Lui era venuto per un ultimo sopralluogo alla scalinata Cernaia prima di dare il via ai lavori che avrebbero cancellato quei maledetti alberi che deturpavano con le loro radici i lastroni e che toglievano luce con la loro ombra. Se ne fotteva, lui, dei comitati che si opponevano. Gridassero pure. Lui aveva l'Amministrazione (pronunciava sempre la parola con una particolare enfasi sulla a, che diventava maiuscola) dalla sua parte. Ma si sentiva a disagio, quella mattina. E quella sensazione... Guardò meglio. Il soldato gridò mentre quel faccione gli si accostava, i suoi occhi lampeggiarono, era furioso di non essere manco visto. Un grido che sembrava un guaito risuonò improvviso, e lui colse finalmente, negli occhi dell'altro il segnale che attendeva: l'aveva visto. Aveva visto quella faccia come stampata sulla corteccia dell'albero ma anche il soldato si era reso conto che lui era l'albero, lui era dentro l'albero, lui non poteva essere sul campo di battaglia, e si mosse spaventato e ancora di più si spaventò quando capì che la velocità del suo spostamento non era possibile, che non poteva salire lungo il tronco, passare attraverso la chioma, emergere da quel verde, salire e vedere il cielo come lo ricordava e dall'alto, sempre più in alto, vedere una città grande, piena di case, sconosciuta, ma incastonata in quello che era il suo golfo, che non poteva non riconoscere, che non avrebbe mai confuso con altre disposizioni di monti di coste e di mare. 


Lui era tornato. Appena in tempo. Il soldato non lo sapeva e non lo avrebbe mai saputo ma l'ingegner Panzani aveva improvvisamente scoperto di avere una immaginazione fervida, di aver visto un albero che lo ammoniva a non distruggere lui, i suoi fratelli,  e quella scalinata vecchia che li ospitava da oltre cent'anni, e mentre scendeva a precipizio cercando di sfuggire all'ombra minacciosa delle chiome, pensava a quali insuperabili difficoltà tecniche rendevano impossibile l'operazione. Il soldato era felice. Aveva capito perchè era tornato. La battaglia intorno alle rive di quel fiume era finita e il mare che aveva amato -ma quando, quanto tempo prima?- era lì, gli rivolgeva i cenni d'uso, lo chiamava. E lui ora, finalmente, era libero.

giovedì 22 dicembre 2016

A mesto commento sulla prossima inaugurazione di Piazza Verdi, abbellita e riqualificata dall'intervento di Vannetti-Buren, pubblico sul blog il mio racconto Il varco, che fa parte della raccolta Altre vendicazioni: quasi 4 anni fa mi figuravo un futuro disperato, una città divisa in due.
Ora che, contro tutti e tutto, Federici è riuscito a portare a termine un intervento per cui sarà ricordato nei libri di storia locale (indovinate come...), mi accorgo che il risultato è peggiore di ogni più malevola previsione. Alla Spezia la letteratura è impari alla realtà.

IL VARCO

            Eccolo, il Varco. Ce n'erano due, uno a mare, uno in Piazza Federici. Quello pedonale era il suo, non era distante, forse mezzora, forse di più. Il passaggio l'aveva programmato con largo anticipo, dunque aveva tutto il tempo. La folla scalpicciava, pareva immobile, ma alzandosi sulla punta dei piedi poteva vedere l'arco  e le persone che sfilavano sotto: qualcuno doveva mostrare i documenti, altri entravano passando lentamente perchè il lettore potesse leggere l'rfid.
I documenti! Dov'erano? Si tastò precipitosamente la tasca interna del soprabito, con il gomito urtò la signora a fianco, uno sguardo d'odio troncò sul nascere il suo tentativo di scusarsi. E il pass l'aveva. Controllò il braccialetto. Era quello che inviava il segnale al lettore.
Tutto a posto. Si rilassò. Un altro metro, avanti, avanti. Certo, era stanco. Aveva abbastanza anni da ricordare come la città era prima. E prima ancora, quando al Costa ci andava lui, e la piazza non solo era libera, e ci si passava in macchina, ma addirittura ci si passeggiava, e sulla scala del Liceo i ragazzi strabordavano sino ad occupare la strada, e dal centro, sotto i pini, guardando da una parte si vedeva in asse, laggiù, stampata sulla collina che spiccava nera sul cielo azzurro, la porta dell'Arsenale, e dall'altra parte, incorniciato tra i palazzi si intuiva lo slargo di piazza Europa.
Sì, era bella, allora, quella città che aveva amato, che si stendeva su due piane che lungo il mare si guardavano attraverso una striscia sottile incalzata dalla collina, una striscia solcata da una grande e lunga, dritta e diretta, sequenza di vie e di piazze che parevano far comunicare le  sue due anime.
La giornata era grigia. Una pioggia sottile pareva evaporare dalla folla assiepata anziché cadere dall'alto. Ormai poteva vedere il Varco. Le palizzate che chiudevano la piazza e lasciavano solo lo spazio per l'arco da una parte, quella più corta che chiudeva via XX settembre dall'altra e la gente alle spalle che spingeva: gli pareva di essere una mucca spinta in un ineluttabile recinto. Un topo, anzi.
            In trappola. E gli agenti della Securitas, l'agenzia privata cui era stata esternalizzata ogni forma di vigilanza e controllo, ai lati del Varco, i cani al guinzaglio, spiccavano neri e corruschi sul grigio di quella lenta processione. Pensava a quando la città gli si spalancava davanti, libera, accessibile, disponibile. Si faceva colazione in via Chiodo, si passava al Circolo Velico, si andava a Lerici passando lungo viale S.Bartolomeo. In macchina! Dove c'era un posto, lì la si lasciava, e da Piazza del Mercato si poteva andare senza ostacoli, a piedi, in piazza Verdi. E al cinema si sceglieva: andare all'Astra o al Cozzani? Due luoghi distanti poche centinaia di metri in linea d'aria, ora separati da una barriera superabile solo a fatica, solo se autorizzati. Ma che diceva? Di che parlava? Erano decenni che l'Astra era stato trasformato in un supermercato, la sua sala con il soffitto su cui campeggiava una grande figura di gesso nascosta per sempre da lividi controsoffitti. E il Cozzani: una sala Bingo. E lì all'angolo, oltre quell'arco presidiato da vigilanti con i cani al guinzaglio, in fondo, a sinistra, non c'era la liberia Ricci? Una volta, tanti anni fa, e poi un orribile bar. Ma tutti i locali lungo la piazza erano chiusi da tempo, qualsiasi cosa ci fosse stata dentro. La città era morta. Un tenue filo di traffico scorreva lungo il viale a mare, sotto l'altro arco, ma serviva soprattutto ai crocieristi che scendevano a migliaia, occupavano la passeggiata Morin, a loro esclusiva disposizione, e con gli autobus potevano liberamente riversarsi verso le Cinque Terre, ignorando la città stremata e bloccata che li accoglieva. Era l'ultima cosa rimasta: qualche euro ogni tanto finiva nelle tasche dei commercianti locali, gli addetti al porto, al terminal, ai servizi potevano ancora mantenere le famiglie. Lui per fortuna era in pensione, ce l'aveva fatta. A 75 anni ma adesso era libero. E poteva aspettare anche delle ore. Ma era quasi arrivato.
            E poi quella non era più piazza Verdi. Da quando il Sindaco era rimasto travolto da un pino su cui si facevano le prove di trazione, quella era piazza Federici, in onore di chi aveva così fortemente voluto l'abbellimento e quasi la trasfigurazione della piazza. Il cantiere era ancora lì- quanti anni erano passati? 20, no ben 22, si disse mentre ormai il Varco incombeva. Ricorsi, controricorsi, denuncie, diffide: contro tutto e contro tutti, in nome di una visione della città che lo aveva accecato, per imporre a quel popolo di ignoranti, di tradizionalisti, di imbecilli la sublime prospettiva di uno spazio tutto ripensato secondo una prospettiva di assoluta bellezza, aveva imposto quel cantiere perenne che strangolava la città, che rimaneva a perenne memoria di una testarda ma coerente follia.
            Sulla palizzata che delimitava lo spazio in cui i lavori si erano fermati da tempo, in cui le macchine arrugginivano sotto la pioggierellina -un pulviscolo, quasi un vapore- perenne e instancabile, campeggiava la scritta di un cittadino molto spiritoso: CHECK POINT CHARLIE.
Sì. La Spezia era stata una città bellissima, prima che si mettessero a migliorarla, a riqualificarla, si diceva, e adesso era come Berlino prima della riunificazione delle due Germanie. Era il suo turno. La guardia lo scrutò sospettoso, il cane emise un ringhio sommesso, alzò il braccio, il bip del sensore suonò, il pass non glielo avevano chiesto, entrò nella zona sorvegliata.
Si voltò a guardare l'arco. Sembrava il portale di un autolavaggio, con quei colori stridenti. Prima di morire il sindaco era riuscito a tacitare Buren, il grande artista cui era stata commissionata la decorazione della piazza, acquistando due archi mobili.
            Bé, servivano davvero, si disse. Facevano colore, non c'è dubbio, pensò. Piazza Europa era chiusa per la costruzione del parcheggio da una infinità di anni, l'accesso al mare vietato, l'ospedale si era sbriciolato nel terremoto del 2020 e quello nuovo costituiva solo l'oggetto di presentazioni e cerimonie e proiezioni di rendering, per andare a Portovenere si faceva prima con il battello da Genova, ma la città aveva i suoi archi di Buren. E pensava che per la prossima festa della Marineria la città sarebbe stata evacuata dei suoi cittadini, e gli archi trionfalmente spostati sulla passeggiata a mare, all'inizio e alla fine, per farli ammirare a tutti i visitatori. No, non era amarezza quella che provava, ma orgoglio. Nessuna altra città al mondo avrebbe resistito a tutto ciò, consentito a quello sfascio, accettato quel disastro. Solo gli spezzini sapevano  coltivare la rassegnazione con tanta docile passione.


giovedì 3 marzo 2016

RISPONDENDO AD ALCUNE DOMANDE SU ENZO UNGARI


fotografia Gian Luigi Saraceni










Carlo Marletti / Con Enzo

(1)Era un periodo di grande vivacità culturale, come è nata la
vostra amicizia? Quali erano i vostri sogni?

È nata nel mitico "Charlie Chaplin", al cinema Smeraldo la
domenica mattina. Già amavo il cinema, ma non sapevo
ancora chi fosse Murnau, o cosa fosse “King Kong”, e molto
altro. I testi di Fabio Carlini, Franco Ferrini e Enzo Ungari,
formidabili. Vivacità culturale è un po' poco: Cultura, meglio.
Con sapore diverso da quella – non poca ed esigente – del
Liceo. Fabio, più classico e compassato, direi militante
rassicurante. Gli altri due, magistralmente imprudenti.
L'amicizia è venuta da sola. Insieme a Fiorella. Insieme a Maria
Elena. Enzo coltivava l'amicizia con sapiente naturalezza.
Quanto a una parte almeno dei nostri sogni, eravamo
comunisti ma in fatto di cinema molto più "Cinema & Film" che
"Ombre Rosse", più Adriano Aprà che Goffredo Fofi. Alle prime
riunioni pisane di Potere Operario siamo andati insieme. Enzo
era un attrattore, intorno al quale si sono mescolati i
cinéphiles di questa piccola città. A onde successive in molti si
sono affiancati e non sono mancate adesioni sorprendenti. La
redazione potenziale ora comprendeva anche Alfredo Rossi e
Gian Luigi Saraceni. Poi Pesaro, Locarno, Berlino. Intanto la
cosa si stava facendo davvero seria. Enzo e Fiorella partono
per Roma, quasi mai soli in quel viaggio. Anche Franco prende
ovviamente quella strada. Ecco il Filmstudio, la casa di Enzo
vicino alla Piramide. Certe domeniche piene di gente in quella
sala spoglia con la moquette. Così accogliente. E il sorriso di
Paolo Brunatto. Intanto al Pantheon, come recitava un celebre
aforisma di Roberto Benigni, c'era Enzo Ungari.

(2)Come avete scoperto la passione del cinema?

Non so se si può chiamare scoperta l’incontro con qualcosa
che ti aspetta e non ti viene neppure in mente di schivare. E
non sono stati incontri solitari. Nei primi anni '70 nell'agosto
parigino a vedere film - soprattutto americani classici, in sale
come il “Racine”, in Rue Racine, lingua originale con
sottotitoli in francese - c’erano quasi più spezzini che al Lido
di Lerici. La notte del 14 agosto Langlois proiettava “Vertigo”,
ormai introvabile, in sala c’era già l’Europa unita. Per noi in
quegli anni la domenica è stato cinema, sempre e comunque.
Ma anche parecchie altre sere. A volte a Viareggio, con Enzo e
Fiorella che guidava, a pescare una prima o una copia dei
“Cahiers du Cinéma”. Il cinema era come il respiro, o la
sigaretta, allora in sala si fumava parecchio. All’uscita dal
film, la voglia di scovarne i segreti. Valeva per “Hollywood
Party” e “Persona”, per Hawks e Carmelo Bene o Truffaut. Per
Hitchcock e Bertolucci, o Piero Bargellini e Jean Marie Straub.
Valeva per tutti. Niente a che fare con la retorica del
contenuto e la forma, tristemente comune all’estetica
idealista e a quella del marxismo italiano, che se ne era
nutrito senza troppi scrupoli. Era semplicemente un altro stile
di pensiero. Enzo lo aveva intercettato, come Franco, e
sapeva fare da guida con generosità a riconoscersi nel proprio
tempo. Mia madre, che mi avrebbe voluto medico o avvocato,
forse lo aveva capito e non lo vedeva troppo di buon occhio.
Era un buon segno. In questo senso, dicevo sulla prima
domanda, cultura. Quella passione per il cinema era
alimentata da qualcosa di tellurico, che andavamo via via
scoprendo quanto più ci addentravamo nel nuovo stile di
pensiero. E ci schierava, come molti altri prima di noi, ma
paradossalmente alla luce più di Lubitsch che di Eisenstein. A
noi Rossellini piaceva un po’ tutto.

(3)Cosa rappresentava il cinema per Enzo Ungari e cosa voleva
dire essere un mangiatore di film?

"Mangiatore" è ovviamente letterale. Di cibo di cui non si può
fare a meno quotidianamente, com'è naturale, per vivere.
Forse ciascuno ha il suo, o magari lo cerca. In prima istanza, si
trattava di nutrirsi di quella capacità di rifrazione del cinema
che mi provo a richiamare in riposta alla domanda seguente.
Ma per Enzo era anche un'altra cosa, che si può leggere quasi
in ogni pagina che ha scritto. Ho amato moltissimo le pagine
di Adriano Aprà - devo dire anche di diversi altri in "Cinema &
Film". Di Adriano, senza voler riassumere in un'osservazione il
suo stile di lettura, direi che mi appariva un formidabile
fenomenologo: ciò che il film "mostrava" restava nel suo
leggere sospeso e al tempo stesso presente, come fenomeno
di una sostanza cinema. Anche Enzo era su questa onda, ma la
sua era al tempo stesso un'urgenza diversa. Di narrazione, del
narrare, si nutriva.

(4)Cosa rappresenta oggi Ungari per la critica cinematografica
e la storia del cinema?

Già allora e poi sempre di più mi sono occupato di filosofia.
Sarei bugiardo se dicessi di saper rispondere a questa
domanda. Ma qualche osservazione posso provare a farla.
Quando Enzo se n'è andato, già il cinema stava uscendo dallo
spazio occupato per buona parte del secolo scorso. Stava
lasciando per strada il suo incanto, di rifrazione quasi
percettiva del proprio tempo in un crocevia di narrazione,
personalità autoriale, generi, produzione, sceneggiatura,
messa in scena, tecnologia, riflessione su di sé,
sperimentazione. Una rifrazione di straordinaria complessità.
Per comprenderla e, in fondo, per comprendere la passione
che era capace di generare, erano state via via utilizzate
estetiche, teoriche, ermeneutiche, ideologie, tecniche di
ricerca (linguistica, sociologica, massmediologica, ecc.)
fondamentalmente adattate da altrove o ristrette a qualche
aspetto di quella complessità. Con conseguenti determinismi
di vario tipo nella critica e nella già abbondante storiografia.
La generazione di Enzo - comunque chi si è trovato ad attuare
nei suoi dintorni, chi un po' prima e chi appena dopo - ha
maturato l'opportunità di essere sensibile alla complessità di
quella rifrazione. Con uno slogan da prendere con le molle, ha
potuto essere un cinéphile "totale". In questo senso Enzo è
stato un formidabile cinéphile totale.

(5)Come lo ricorda Enzo? Ha un ricordo particolare o un
aneddoto?

Ne avrei fin troppi, ma sono il ricordo intimo di un incontro
con una delle persone pù intelligenti ed amabili che ho avuto
la fortuna di conoscere.


(6)Quando si è giovani la morte non esiste, muoiono gli altri,
ma quando l’altro è un amico come si vive questo
momento?

Non lo si può credere. Si lascia solo accadere. La ringrazio per
questa possibilità, è la prima volta che riesco a tornare in
pubblico a Enzo. Un'altra volta, a dieci anni dalla sua morte,
non ci sono riuscito, l'ho schivata allo stupido riparo di una
funzione pubblica.






Gian Luigi Saraceni / Su Enzo


1
Il Charlie Chaplin fu per noi giovani spezzini un crogiolo di interessi, amicizie, occasioni. Si mescolavano a quel fuoco la passione politica e quella per il cinema, il fastidio per una città torpida e indifferente e il gusto della provocazione. La tessera, che ho conservato, ci faceva accedere ad un club in cui era possibile con sollievo riconoscersi complici di un'idea di cinema che parlava di politica parlando d'altro, ed imponeva la sua lettura del mondo facendo uso del rigore delle forme così come dei clichés dei generi: il mélo, il western, i film di guerra.
Fu così che conobbi Enzo: la passione che lo animava era contagiosa e fu questione di un attimo diventare amici e cominciare ad aiutare il gruppo ristretto che organizzava le proiezioni con un lavoro massacrante: le schede ciclostilate per ogni film, i dibattiti, la preparazione della rivista (fogli ciclostilati anche quelli, ingegnosamente rilegati insieme) che sviluppava e approfondiva temi e argomenti.
Di Enzo, la cui lucida intelligenza traspare da ogni suo scritto, ricordo però soprattutto lo spirito: era una persona spiritosa, divertente, che faceva uso della sua cultura per seminare paradossi e scambiare battute e fulminanti giochi di parole con chi gli era vicino e provava a tenergli testa. E gli scambi con Franco Ferrini erano memorabili.

2
Non partecipai al progetto del cineclub e alla sua impostazione: a cose fatte accolsi quella possibilità di un rapporto intelligente e consapevole con il cinema come una occasione insperata. 
La scelta dei film era opera essenzialmente di Enzo e Franco Ferrini, ma si può dire che, dopo il primo anno, cominciarono ad imporsi scelte e propensioni collettive, nate nel vivo delle discussioni che seguivano la proiezione più che del dibattito.

3
La città era immobile. Brillava la luce del Charlie Chaplin e della libreria di Aldo Rescio. Lì, e in pochi altri luoghi di incontro (ricordo l'osteria vicino alla Banca d'Italia), si svolgeva una vivace vita culturale, sostanzialmente eccentrica rispetto alla città. Ma la nostra attenzione era rivolta altrove: a Pisa, Roma, Milano. La Spezia non era lambita dal vento del cambiamento in atto nel resto del paese se non indirettamente, e quasi per rimbalzo.
Di lì a poco prima Enzo e poi Franco Ferrini avrebbero preso atto che per proseguire il loro impegno occorreva andarsene. E, come loro, molti di noi. 
Tuttavia nel periodo intercorso tra la fine del Charlie Chaplin, che aveva fruttato tutto quel che poteva, e il definitivo trasferimento a Roma, si approfondì non solo la nostra amicizia con frequentazioni spesso giornaliere, ma anche prese corpo la vicenda di Cinema&Film, nata a Roma ad opera di Adriano Aprà, e gemmata a La Spezia grazie alla conoscenza che Enzo e Franco avevano nel frattempo fatto di Adriano.
Nacque così una "redazione spezzina" di Cinema&Film, di cui fecero parte, oltre a loro, altri di noi, tra cui Carlo Marletti e Alfredo Rossi. Misi a disposizione delle riunioni di redazione la mia casa in Via Carso, e in quegli spazi angusti affacciati sulla città si svolsero discussioni e analisi brillanti, sottili e, a ripensarci oggi, talvolta incomprensibili. Era il tempo della semiologia e dello specifico filmico, e Cinema&Film si impose in Italia come una voce nuova e attenta a quel che succedeva oltr'alpe grazie anche all'attenzione che pose sin dall'inizio al linguaggio.

4
E' difficile dire quale fosse il rapporto di Enzo con la visione di un film. C'era un suo approccio al cinema diverso da quello con i film. E non solo per le ragioni teoriche che erano alla base della rivista, che prese appunto le mosse da quella distinzione. Il fatto era che Enzo aveva con il film un rapporto fisico, di immersione e incantamento, che non gli ottundeva la distanza critica, ma nell'atto della visione gli permetteva di bearsi delle immagini: beanza, desiderio, magia. Non a caso un suo scritto è intitolato "Specchio delle mie brame".
Enzo fu un grande critico proprio perché seppe unire in maniera inscindibile alla finezza e intelligenza dell'analisi (sempre al passo dei tempi, sempre in sintonia con le acquisizioni teoriche rilevanti, talvolta in anticipo) quell'atteggiamento di infantile stupore, di godimento e possessione che nella caverna oscura della sala sanno imporre le immagini in movimento.

5
Niente di peggio dei laudatores temporis acti: quelli erano tempi creativi, ma lo sono anche questi, in modi differenti. Certo gli anni sessanta furono un discrimine: da allora il mondo è cambiato, e di quel cambiamento viviamo tuttora. Senza l'apporto di quella rivoluzione culturale le espressioni artistiche di oggi (nell'arte, nella letteratura, nella critica, nella filosofia) sarebbero incomprensibili.
Diverso il discorso per il cinema. I cambiamenti tecnologici (anch'essi configurano una vera rivoluzione) hanno comportato dei mutamenti strutturali nelle forme della percezione, e il cinema, meraviglia tecnologica nata ai primi del novecento, ne risente più di altre forme di espressione.
In un mondo in cui impera il virtuale il cinema si è docilmente affiancato all'impero del loisir e tanto più spettacolare risulta essere la sua promessa di realtà, la sua tecnica, la sua capacità di raffigurare tutto, tanto meno la sua magia riesce ad imporsi.
Ora che si è raggiunta la terza dimensione lo schermo risulta desolantemente piatto, la scena primaria si è trasformata in un trompe l'oeil dozzinale, la sala svuotata, il suo buio perduto.
Oggi, se si ama il cinema, bisogna detestarlo: solo negli interstizi della grande macchina è possibile sottrarsi al consumo passivo di immagini e rivitalizzare quel godimento di cui parlava tanto spesso Enzo. Nei "Passages de Paris" di Benjamin ho trovato un passo che parla d'altro e appunto per ciò coglie il punto: “Quando due specchi si guardano l'uno nell'altro, Satana opera il suo trucco preferito, aprendo qui a modo suo la prospettiva sull'infinito”. Uno dei due specchi si è infranto.
Il cinema (forse) è morto.




Alfredo Rossi / Su Enzo 



Sono molto imbarazzato a scrivere su Enzo per due ragioni.
La prima è che il più bel ricordo su di lui è già stato pronunciato, nel modo più convincente e commovente, da Adriano Aprà, in un convegno del 4 Marzo 2012 al Cinema Trevi, facilmente rintracciabile su you tube. In pochi minuti, ha detto tutto e nel migliore dei modi. Enzo: vitale, intelligente e seducente al massimo grado, con splendide doti di sensibilità percettiva e di scrittura. La fascinazione conseguente ai differenti caratteri come raccontata da Adriano posso, sotto certi aspetti, anche farla mia, riferendola al tempo in cui, giovanissimi, stavamo molto assieme: lui estroverso io introverso, lui onnivoro nelle esperienze io renitente. In più, lui già maturo io ancora da identificarmi.
La seconda è che non riesco a pensare a lui come a un morto. Mi trattengono in questo i legami adolescenziali: come dimenticare che a casa mia proiettavamo i nostri filmini 8 mm; che assieme facevamo viaggi assurdi per vedere, o “mangiare”, film, come avvenne in un raid domenicale a Livorno per raggiungere un cinema di periferia dove si proiettava “A casa dopo l’uragano” di Vincente Minnelli; che, con Franco Ferrini, ci formavamo alle stesse visioni, scegliendoci percorsi di puro piacere attraverso il cineclub che avevamo fondato, il “Charlie Chaplin” e partecipando, ancora insieme, alle giornate di lavoro sul cinema organizzate dall’ARCI e curate da Gianni Menon e Adriano a Reggio Emilia, Venezia e infine Pisa per il tutto-Rossellini. 
Per quattro o cinque anni un gruppo di amici (lui, Franco, Fabio Carlini, Carlo Marletti, Luigi Saraceni ed io)  condivideva giornate, passeggiando, avanti e indietro lungo Via Chiodo, o chiacchierando nei bar, vedeva assieme decine di film, progettando e desiderando diversamente e con esiti differenti. Erano gli anni in cui era vivo il cineclub, assolutamente d’avanguardia, e a latere nasceva la rivista Giovane Cinema, ciclostilata!, di cui Enzo e Franco erano protagonisti assoluti per idee e scrittura. Enzo creava anche le copertine, belle come quadri. In tutte queste avventure lui era il vero trascinatore e organizzatore. Qualità che del resto confermò negli anni successivi, al Filmstudio ’70, al festival di Salsomaggiore, nelle serate del Massenzio e infine alla Mostra di Venezia. 
La sua partenza per Roma segnò per me l’interruzione di un rapporto molto frequente e da allora non lo rividi che rarissimamente. 
Tutte queste ore di vita condivisa mi impediscono appunto di avere ricordi fossili. Ché anzi, poiché a partire da una certo momento, la lenta fine della rivista Cinema&Film, abbiamo percorso strade diverse concependo idee diverse sulla funzione critica (il che, allora, nella battaglia delle idee, era cosa più che normale) mi piace talvolta pensare di confrontarmi nuovamente con lui sul significato, se ancora ci sia, di rapportarsi all’oggetto che abbiamo amato. In questo senso: Enzo ha gestito la sua visione del cinema, da geniale precursore di un mutamento di gusti e fruizioni, coniugando un esoterismo borgesiano, l’idea di una Cineteca (invece che una Biblioteca) di Babele in cui il tutto del cinema confluisce indistintamente e si mescola in percorsi di immagini sovrapposte e sovrapponibili (il museo del Cinema di Torino, in cui queste ultime ti inseguono e tu stesso, immerso, ne diventi parte, ne è la materializzazione), con un essoterismo messianico, le proiezioni romane al Massenzio. Ma, da dotato stregone, ha razionalmente padroneggiato, nella scrittura e nello stile del lavoro, le contraddizioni tendenzialmente e pericolosamente, a mio avviso, pre-critiche di queste posizioni. Ma proprio queste, in anni successivi, futuri apprendisti, senza qualità e cultura, hanno mitizzate in vario modo assumendole in una forma di feticismo del vedere e del pensare cinema.  Penso che su questa realtà di deriva ideologica e diffusa stupidità che oggi struttura il cinema e il suo consumo concorderemmo facilmente.


Alfredo Rossi

Febbraio 2016